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Abruzzo: L’Aquila: 18 settembre 2009 a cinque mesi dal terremoto delle 3,32 del 6 aprile


L'Aquila era di una bellezza sconvolgente, unica. L'Aquila "piombata" dal terremoto e nel silenzio è vuota di rumori e di odori, i campanili tacciono. Non c'è anima viva. La ricordavo piena di vita e gente che con lentezza andava e veniva lungo il corso principale, come formiche riempiva in ogni piazza, ma anche fatta di alcuni luoghi deserti e silenziosi oggi sono rimasti solo questi ultimi.
Per quarant'anni sono sceso dalle montagne dell'Altopiano delle Rocche, per trenta chilometri di curve, da giovane perfino in bicicletta, accompagnato dalla vista dell'incombente catena del Gran Sasso e il suo Corno Grande, d'inverno ricoperta di candida glassa nevosa.


Dopo aver superato il Castello d'Ocre (foto sopra com'era, sotto com'è ora dopo il terremoto), pazientemente restaurato nelle mura dal suo misterioso compratore tedesco, raso al suolo dal terremoto, cominciavo a vedere la macchia rosata de L'Aquila. “.... Il castello, già sfiancato dai secoli, era stato beccato in pieno dalle scosse del 2009. Solo un torrione restava. Il resto era un mucchio di massi instabili simili a tibie, scapole e teschi umani. Inciampai, caddi, non riuscii a salirlo. Ocre era la quintessenza dell'Abruzzo. La rovina di una rovina ...” . 



Così planavo lentamente, curva dopo curva, nella valle dell'Aterno e dopo aver superato il binario unico della ferrovia mi trovavo alle falde della collina sormontata dalla Basilica di Collemaggio che mostrava la sua abside circondata dal convento francescano. 

Sono tornato con l'animo mesto a visitare il capezzale di un'Aquila moribonda un mese dopo il terremoto, il 19 settembre 2009, e successivamente il 23 maggio 2010
L'occasione della prima visita, durata una giornata, mi è data da un incontro organizzato da Italia Nostra che mi ha permesso l'accesso alla cosiddetta zona rossa.
La seconda visita è stata più superficiale e veloce ma, attraverso i 19 scatti fotografici che ho raccolto, racconta di una città ancora ferita, ferma nel suo dolore, ma con una voglia di ripresa testimoniata da giovani che si industriano a migliorare l'area avanti il sagrato di Santa Maria di Collemaggio, la chiesa simbolo che custodisce le spoglie di Papa Celestino V.

Il 19 settembre 2009 arrivo alle 10 del mattino con la corriera che partita da Roma Tiburtina mi porta al terminal Collemaggio, intitolato a Lorenzo Natali, parlamentare aquilano che tanto si spese durante la "prima Repubblica" per il suo Abruzzo. Qui ho il primo impatto con il terremoto, il terminal che avevo lasciato nuovo razionalmente costruito e pieno di vita, con il bar e la tavola calda, la biglietteria, ora ha le porte a vetri tristemente sprangate e un cartello “inagibile causa terremoto”. Tutti i servizi sparsi nel piazzale dei bus, in container poggiati precariamente sulle aiuole dei giardini. 

Mi sono avviato lungo il corridoio obbligato del corso Federico II transennato a destra e sinistra fino a giungere a piazza Duomo, poche persone camminano senza fretta, a filo di transenne senza soffermare lo sguardo, come attraversassero una scenografia di cartone. L'albergo, la banca, i portici col cinema, costruzioni imponenti ben piantate nel terreno eppure così tristemente sprangate e chiuse. 

Sul Corso a Piazza Duomo, per mostrare la volontà di rinascita e rivincita, hanno riaperto le sorelle Nurzia, quelle del famoso torrone abruzzese, con il loro bar. La piazza è stata liberata per metà, mentre l'altra metà è occupata da una specie di magazzino e da una grande tenda della Protezione civile. Il giorno di mercato si riempiva di bancarelle vocianti, la grande piazza Duomo ai piedi di quella chiesa delle Anime Sante che ha rappresentato il barometro apprensivo del disastro in tempo reale sotto l'occhio vigile delle telecamere. Nel centro di un Aquila deserta, due ragazze studiano la mappa delle zone gialla, rossa, verde, di una una città militarizzata, presidiata da esercito e vigili del fuoco.

All'interno del centro storico, la ormai mitica zona rossa, tutto deserto e silenzio macerie, rovina e solo qui e là qualche impalcatura. Su tutto inesorabile comincia ad avanzare la natura nel vuoto lasciato dall'uomo.

Quelli che seguono sono estratti dall'articolo “Le vestali della città del silenzio”di Paolo Rumiz del 12 agosto 2011, facente parte del reportage “Le Case degli Spiriti” pubblicato a puntate sull'inserto R2 del quotidiano la Repubblica.

“.... cominciammo a parlare a bassa voce senza ragione apparente. Non volevamo disturbare il letargo delle pietre, e ci bastava un bisbiglio per capirci. In zona rossa all'Aquila si entra e si tace. Ci si lascia la vita alle spalle. In zona rossa un colpo di tosse è un tuono, il trillo di un telefonino un rimbombo ...” . “... Ai piedi dei muri transennati di Santa Maria Paganica solo la fontanella cantava ...” con un'improbabile tartaruga poggiata sul bordo, “... fra il portale trecentesco della chiesa e la soglia barocca del dirimpettaio palazzo Ardinghieri, venerabile magnificenza dal tetto sfondato”.


“... la bionda Nicoletta Rugghia mi versò del Montepulciano e fece un memorabile elenco di ciò che era per lei la vecchia Aquila. Città, disse, è la vicina malfidante che spia dalle persiane, è lo sfaccendato, è il ciclista monomaniaco, è la signora invidiosa dei vasi di fiori altrui. Città è il dirimpettaio arrogante, il fornaio che ti frega cinque centesimi al cartoccio; città è gli sposini timidi, il postino che canta sempre, il collezionista di francobolli. "Città è questo, questo io amavo. E questo oggi non esiste più". Fuori l'aria era tiepida, ma la città era fredda. Sfiatava miasmi umidi dal fondo dalle sue cantine. Fu allora che Patrizia mi svelò uno dei mirabili segreti della sua città. In via San Martino angolo via dei Lombardi, in piena zona rossa, tra le macerie di altre case, c'era un palazzo quattrocentesco intatto, appartenuto a tale Jacopo di Notarnanni. Ciascuno spigolo mostrava due piccoli gigli in ferro battuto. Erano abbellimenti delle catene antisismiche tese da secoli dentro i muri maestri. Poi vidi che ce n'erano dappertutto in città, seminascosti dai ponteggi. Erano una decorazione, disse Patrizia, ma anche un ex voto. Un simbolo di purezza dedicato alla madonna, perché il terremoto del 1703 era avvenuto il 2 febbraio, giorno della Candelora. Erano stati quei gigli incatenati fra loro a salvare molte parti dell'Aquila nel 2009. Ma vallo a spiegare ai talebani dell'antisismico, invasati da furia risanatrice...”.

L'Aquila era di una bellezza sconvolgente, unica, oggi è un'Aquila dall'ala spezzata che non vola più.


Un Taccuino d'Artista, triste omaggio e ricordo, dedicato a L'Aquila, raccontata con fotografie riprese nel 2009, a cinque mesi e ad un anno dal disastroso terremoto. Una passeggiata tra le rovine, fatta di parole e immagini. 366 pagine contenenti un racconto di emozioni, concretizzate in 336 immagini speculari tra fotografie in bianco e nero e fotoacquerelli, accompagnate da un diario di visita, testi di scrittori, completata con informazioni utili. 

Pubblicato: 10 Novembre 2016
Pagine: 368
Copertina: Morbida con rilegatura termica
Dimensioni: larghezza 21,59 cm x altezza 21,59 cm
Peso: 1,04 kg
Interno: colore
Lingua: Italiano
ISBN: 9781326853181

Prezzo: € 100,00 (IVA esclusa)
Support independent publishing: Buy this book on Lulu.
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18 Settembre 2009



















































































































































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23 Maggio 2010

















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L'AQUILA

Regione: Abruzzo
Provincia: L'Aquila
Altitudine: 714 m slm
Superficie: 473.91 km quadrati
Abitanti: 69.797
Nome abitanti: Aquilani
Patroni: san Massimo, sant'Equizio, san Pietro Celestino, san Bernardino da Siena
Festa Patronale: 10 giugno
Perdonanza Celestiniana: 28-29 agosto
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L'Aquila online


Perdonanza Celestiniana www.perdonanza-celestiniana.it



Come sono arrivato

Bus Arpa: Roma-L'Aquila - 117,5 km - tempo percorrenza: 1:24 - costo: € 10


Un Taccuino d'Artista, triste omaggio e ricordo, dedicato a L'Aquila, raccontata con fotografie riprese nel 2009, a cinque mesi e ad un anno dal disastroso terremoto. Una passeggiata tra le rovine, fatta di parole e immagini. 366 pagine contenenti un racconto di emozioni, concretizzate in 336 immagini speculari tra fotografie in bianco e nero e fotoacquerelli, accompagnate da un diario di visita, testi di scrittori, completata con informazioni utili. 

Pubblicato: 10 Novembre 2016
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Copertina: Morbida con rilegatura termica
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Peso: 1,04 kg
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