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Calabria: Papasìdero il sito neolitico Grotta del Romito e il Bos primigenius


Oggi andiamo in un luogo magico, unico in Calabria in Italia. in Europa e nel mondo. 
Una macchina del tempo che ci catapulta indietro di decine di secoli.
Ci troviamo in Calabria, nella provincia di Cosenza, la prima parte del viaggio di avvicinamento ci porterà da Scalea a Papasidero. 
Lasciamo Scalea seguendo la vecchia statale 18 verso sud-est, e passando sopra la ferrovia, a km 1.8, deviamo a sinistra, prendendo la Statale 504, molto sinuosa e di grande interesse panoramico e paesistico che sale attraverso valloncelli coperti di macchia si apre a viste spettacolari, portandoci in circa 41 minuti a Papasidero, dopo km 23,4.


A km 10.5 sulla sinistra, in alto, le case affacciate sul dirupo a ferro di cavallo, Santa Domenica Talao m 304, in posizione panoramica, con vista sulla valle del Lao, del mar Tirreno e della costa da Scalea a Cirella. 1.251 abitanti (santadomenicani), "Talao" si riferisce al fiume Lao (Θαλάος, Thalaos in greco antico) - la storia sul sito del Comune -..



Nella parrocchiale di San Giuseppe si trova una croce processionale argentea del 1741 e due tele degli inizi del ’700, tra cui una Sacra Famiglia strettamente “giordanesca” (di seguace di Luca Giordano).




Proseguiamo, di curva in curva, con vista ampia verso la costa, sempre con il paese sulla destra; poi, pieghiamo a sud, verso l'interno, mentre il mare sparisce.


Presto, ai boschi di castagni, succedono le macchie, e la valle va restringendosi. A km 16.8, si tocca Trémoli, poche case sparse tra vigneti e frutteti, e dopo una serie di vallette tra macchie di lecci, carpini e frassini, km 19.3, a sinistra una stradetta, in 10 km, porta alla vetta del Monte San Pietro m 969, dal quale si gode un vasto panorama.
Ora la statale prosegue scendendo verso il fiume Lao, scendo dall’auto per fare un po’ di foto, e successivamente, sporgendomi dal parapetto di un piccolo ponte, mi godo la vista della pittoresca forra in cui scorrono le acque verde smeraldo del Lao, delle quali sento il fruscio.

Il Fiume Lao, il più importante del versante tirrenico calabrese, nasce alle falde Occidentali del Pollino e sbocca nel mar Tirreno dopo un corso lungo 51 km. ll bacino ha una superficie di 606 km quadrati; la portata media è 9.09 metri cubi al secondo. Scorre
per lo più in un solco profondamente incassato.


Improvvisamente, dietro una curva, ecco appare pittoresca, Papasidero, su una rupe dominante il fiume, sovrastata da un’altra rupe rocciosa su cui sono posti i ruderi del castello e una chiesa .











Il fiume, si attraversa a km 22 dalla partenza, superando un breve ponte, in una pittoresca forra,


e siamo in una piazzetta alla base del paese, su cui affacciano tre botteghe: una costituita da due piccoli ambienti, un bar e un alimentari, collegati tra loro da una porticina; accanto, un tabaccaio; un gruppetto di anziani discorrono appoggiati al parapetto e seduto su un muretto a godersi il sole, un anziano.





Papasidero m 208, 1.436 abitanti, situato su uno sperone alla sinistra del Lao, è di origine bizantina, sorge nel sito ov’era forse l’antica Scidro. La zona comunque era abitata fin dalla remota antichità, come attestano i ritrovamenti del paleolitico superiore nella vicina grotta del Romito (vedi appresso) (materiali al Museo civico di Castrovillari). Il nome attuale deriva però da un papas Isidoros (prete igumeno, cioè capo di comunità basiliana, di nome Isidoro). Papasidero, come detto, conserva avanzi di un tozzo castello medioevale.


Nella parrocchiale di S. Costantino si trovano: una tela di scuola napoletana dei primi decenni del ’600 con i Ss. Francesco d’Assisi e Domenico; un fonte battesimale e un’acquasantiera in granito del sec. XVI; un coro ligneo del sec. XIX e tronetto in legno intagliato e dorato.
La chiesa di S. Sofia possiede affreschi di ignoti meridionali del sec. XVI; anche la chiesa di S. Lucia conserva affreschi di ignoto meridionale del ’500. Notevole è, in via S. Costantino al N. l, un portale di granito del sec. XVII, a motivi fitomorfi. A breve distanza, sulla destra del Lao, sorge il santuario di S. Maria di Costantinopoli, con un affresco, Madonna col Bambino e santi, di ignoto meridionale del 1530.

INFO

Comune di Papasidero

Tel. 0981 83078
Web: www.comune.papasidero.cs.it
Email: papasiderocomune@libero.it

Ente Parco Nazionale del Pollino

Tel. 0973 669311


Continuando per la Statale 504, in 25 minuti percorrendo 13 km di curve, saremo alla meta prefissata, la Grotta del Romito.
Risalendo l’aspro vallone del Torrente Castiglioni, con vista, alle spalle, di Papasidero.


La strada è molto tortuosa ma sempre spettacolare e panoramica. Tornati poi nella valle principale, ci si dirige verso il Lao che, a un certo punto, sembra sbarrato da un grosso roccione.
La Grotta e il Riparo del Romito si trovano a 296 m s.l.m., tra i monti del Pollino, ubicati in località Nuppolara nel comune di Papasidero, in provincia di Cosenza, a circa 30 km dalla costa tirrenica e 10 km dall’uscita Mormanno/Scalea dell’Autostrada A3, di cui si vede di lontano un viadotto, tra le montagne verdi.


Superata quindi la strozzatura e procedendo tra ontani, querce e castagni, in suggestivo paesaggio alpestre, si sale a un altopiano ove sorge, km 30.4, lo sparso villaggio di Montagna m 395. Seguendo da qui una mulattiera verso la Valle del Lao in circa 40 minuti si giunge alla Grotta del Romito.


Dopo 12,8 km ad un bivio prendiamo a sinistra e ci buttiamo giù per una mulattiera oggi asfaltata, che con fortissima pendenza si dirige verso il Vallone del Lao, finendo presso l’area attrezzata e sistemata a giardino attorno al Museo antiquarium, (info: 0981 83078)


dove sono esposti alcuni reperti della Grotta e del Riparo del Romito. Entriamo, e dopo una breve ma interessantissima visita al piccolo museo, propedeutica all’area archeologica, veniamo accompagnati da una guida oltre che brava, estremamente competente e appassionata, che vale tutti i 4 euro del biglietto.


Abitata dal paleolitico superiore, nella quale è venuto in luce vario materiale archeologico, tra cui un *graffito raffigurante due bovidi il bos primigenius, una delle più antiche manifestazioni dell’arte preistorica in Italia. Accanto alla grotta sorge una chiesetta di origine basiliana.


Una piccola passeggiata porta dal Museo a questo muro di roccia verticale, in un’atmosfera sospesa, misteriosa, che nulla annuncia fino a che non ci si infila sotto la piega alla base dove in un piccolo spiazzo si mostrano i ritrovamenti di migliaia di anni.
Uno accanto all’altra il masso su cui è il graffito, quasi un bassorilievo, del bos primigenius e due scheletri femminili.


La frequentazione neolitica della grotta del Romito è documentata dal rinvenimento di una cinquantina di cocci di ceramica che rivelano l’esistenza del transito del commercio della ossidiana proveniente dalle isole Eolie.
Risalente al Paleolitico superiore, contiene una delle più antiche testimonianze dell'arte preistorica in Italia, e una delle più importanti a livello europeo; all'esterno della grotta, nel cosiddetto riparo, infatti, si trovano alcune incisioni rupestri, tra le quali, la più importante è il graffito raffigurante un bovide, il “bos primigenius”, e accanto, le sepolture risalenti a 14.000-12.000 anni fa.


L’uomo del Romito era della razza cro-magnon, non sapeva allevare gli animali e non conosceva l’agricoltura e la lavorazione della ceramica. Nella grotta è possibile osservare, nel luogo del loro rinvenimento, delle riproduzioni di sepoltura datate all’incirca 9.200 anni a.C., contenenti ciascuno una coppia di individui disposti secondo un rituale ben definito.

Una di queste coppie di sepoltura è stata rinvenuta nella grotta e due altre coppie nel riparo, poco distanti dal masso con la figura del toro.
Di queste coppie di scheletri, la prima è conservata nel museo nazionale di Reggio Calabria, la seconda si trova nel museo fiorentino di Preistoria, insieme alle schegge litiche (circa 300) trovate nei vari strati esaminati nel riparo e nella grotta.
Recenti scavi hanno portato alla luce i resti di una quarta sepoltura ancora più antica delle precedenti. Importantissime le sepolture, ritrovate accanto al “Bos Primigenius”, che doveva aver trasformato il Riparo in luogo “sacro”. Le piccole fosse, contengono tutte, due corpi, uno maschile ed uno femminile; il che fa pensare fosse uso uccidere la compagna del cacciatore defunto.

Sono state altresì ritrovate un paio di sepolture singole. Un anziano di 35 anni (corrispondenti agli odierni 100) che, dagli accertamenti del caso, è risultato essere stato reso handicappato da molte malattie, ferimenti da caccia e cadute. La domanda fu, come fece a raggiungere l’età avanzata, a procurarsi il cibo necessario alla sopravvivenza; dalla dentatura molto abrasa, si è concluso che, probabilmente, si rendeva utile alla comunità lavorando le pelli con l’uso dei denti, in cambio della sussistenza.

L’altro ritrovamento umano di grande interesse, si è rivelato essere quello di un giovane cacciatore che, nonostante la giovane età, fu sepolto con un corredo di oggetti degni di un capo.

Altra caratteristica interessante di quest’uomo paleolitico, è l’altezza notevole per l’epoca e per la zona meridionale; infatti, gli scheletri ritrovati appartenevano ad individui alti 1,74.

Essa, infatti, risale a ben 16.000 anni fa e riveste un’importanza molto particolare perché va a colmare un vuoto di reperti preistorici nell’arco di tempo: 20.000-12.000 anni fa.
Vedi come il Tg3 della RAI annunziava l’importante rinvenimento.


La figura di toro - il bos primigenius -, lunga circa 1,20 metri, è incisa su un masso di circa 2,30 metri di lunghezza e inclinato di 45°. Il disegno, di proporzioni perfette, è eseguito con tratto sicuro. Le corna, viste ambedue di lato, sono proiettate in avanti e hanno il profilo chiuso.
Sono rappresentate con cura alcuni particolari come le narici, la bocca, l’occhio appena accennato, l’orecchio. In grande evidenza le pieghe cutanee del collo e assai accuratamente descritti i piedi fessurati. Un segmento attraversa la figura dell’animale in corrispondenza delle reni.
Al di sotto della grande figura di toro vi è incisa, molto più sottilmente, un’altra figura di bovide di cui sono eseguiti soltanto il petto, la testa e una parte della schiena.
Di fronte al masso con il bovide ve ne è un altro di circa 3,50 metri di lunghezza, con segni lineari incisi di significato apparentemente incomprensibile.
Il ritrovamento del graffito avvenne per caso nel 1961, durante un censimento agrario; è così perfetto nel disegno e nella prospettiva, quanto nella scelta della superficie rupestre che gli dona un senso di 3D, da far affermare al professor Paolo Graziosi dell’Università di Firenze, primo specialista chiamato sul luogo, trattasi de “la più maestosa e felice espressione del verismo paleolitico mediterraneo, dovuto ad un Michelangelo dell’epoca”.


Dietro la pietra con l’incisione del bos primigenius, quasi a chiuderla, l’imboccatura dell’altra meraviglia del Romito: la grotta.


Non grande, quasi bonsai, ma bellissima con le sue concrezioni stalattitiche e stalagmitiche


E’ divisa in due parti ben distinte: quella vera e propria, profonda circa 20 metri, che si addentra nella formazione calcarea con un cunicolo stretto e oscuro e il riparo che si estende per circa 34 metri in direzione est-ovest.


Per il neolitico l’analisi del carbonio 14 ha dato 4.470 a.C. mentre, per gli strati del paleolitico superiore, il più antico finora databile, risale a circa 16.800 anni a.C.

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