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Catanzaro e la Calabria raccontate da Luigi Settembrini

Ricordanze della mia vita
volume primo
capitolo  X - Catanzaro pag 34
capitolo XI - Calabria
1835-1837

"Ricordanze della mia vita, volume primo" di Luigi Settembrini;
Biblioteca Universale Rizzoli B.U.R. 2108-2110; Rizzoli editore; Milano, 1964

Ventitré capitoli delle "Ricordanze", apparse per la prima volta a Napoli nel 1879 a cura di Francesco De Sanctis. Esse trattano del primo periodo della vita di Settembrini e si arrestano alle vicende del 1849, quando la narrazione fu interrotta dalla morte, avvenuta a Napoli il 3 novembre 1876.

.... "Un mese dopo, nel novembre del 1835, mi messi in viaggio con la mia Gigia, coi miei fratelli e la sorella, avendo già pronta la prolusione da recitare; e dopo nove giorni che ci vollero a percorrere in un carrozzone dugentocinquanta miglia, finalmente giungemmo in Catanzaro.

cap.  X - Catanzaro

Io le voglio un gran bene a quella città di Catanzaro, e piacevolmente mi ricordo sempre di tante persone che vi ho conosciute piene di cuore e di cortesia, ingegnose, amabili, ospitali. La città è sita sovra un monte in mezzo della Calabria: dietro le spalle le van sorgendo altri monti sino alla gran giogaia della Sila, che di verno si vede coperta di neve, e su la neve sorgono nereggianti i pini: dinanzi le sta un vastissimo terreno ondulato di colline che sono sparse di giardini, di orti, di case, di vigne, di oliveti, d’aranceti, e di pascoli dove biancheggiano armenti: e tutto quel terreno si curva in arco sul mare Ionio che tra i capi Rizzuto e Badolato forma il golfo di Squillace. Il mare è distante da la città sei miglia, ma ti pare di averlo sotto la mano, e ne odi il fragore: vi si discende per una strada che va lungo un torrente, e quando sei su la riva trovi un villaggio che chiamano la Marina, dove i signori hanno loro casini e la primavera vanno a villeggiare. Ad un miglio da la Marina sbocca il fiume Corace, ed oltre il fiume s’inalza un antico tempio rovinato, che si vuole edificato dai cristiani nel V secolo, e si chiama la Roccella: ci sono le quattro mura, su le quali si aggira sempre un nugolo di mulacchie. Più in là sul lido una grande pianura, che chiamano castra Hannibalis, e dicono che ivi fu l’ultimo alloggiamento di Annibale che lì s’imbarcò per Africa.

Quando da un luogo della città detto la Villa io guardai quella fioritissima veduta, volli trovare la fede di battesimo di Catanzaro, e dissi: “Se la vostra cronaca narra che un potente bizantino a nome Flagizio venne nell’ottavo secolo e fondò o ampliò la città, egli le dovette dare questo nome di Catantheros, Catantharos, che vuoi dire sul fiorito, e glielo diede pel sito bellissimo ed amenissimo su cui forse ebbe una sua villa, e poi surse la città”. “Oh, che Flagizio e che greco voi ci contate. Una volta c’erano due fratelli briganti, Cataro e Zaro, i quali dopo molti anni che scorsero la campagna, infine si pentirono, e vennero qui che era luogo forte, e nessuno poteva toccarli: qui abitarono con la loro compagnia e le loro famiglie, qui fabbricarono una chiesa e ci furono seppelliti; e così si formò la città che porta il nome di tutti e due.” Ci ebbi una quistione lunga che non è decisa ancora: anzi ogni buon catanzarese tiene per i due briganti, e non so come non gli hanno messi tra i santi protettori della città.

Essendo la città posta dove la terra d’Italia è più stretta e come strozzata tra il mare Ionio ed il Tirreno, è battuta continuamente da venti che tolgono agli abitanti la pena di spazzarla, rendono l’aria pura, ma variabile, e i cervelli mobili e facili a dare di volta. Le case non so né belle né grandi e si abita per lo più in baracche fatte di legno dentro e poca fabbrica fuori per difendersi dai terremoti. La Calabria è il paese dei terremoti: ogni città, ogni terricciuola ti presenta vestigie di rovine, e non passa anno che nella stagione di primavera o di autunno la terra non tremi. Era il colmo di una notte ed io dormivo in una stanza, presso la quale era un’altra famiglia: fui scosso da un rumore come di venti carri d’artiglieria che passassero insieme per via; odo alcune voci gridare: “San Vitaliano, aiutateci” sento il letto tremare, e m’accorgo del terremoto. Saltammo dal letto, prendemmo alcuni panni, e fuori in una piazzetta dietro la casa dove si raccolse anche l’altra famiglia. La città fu piena di rumori, di voci, si aspettava la replica, ma non venne: vennero amici e conoscenti che avevano una certa familiarità col terremoto, e andavano facendo visite, e celiavano. La scossa fu leggiera, e si passò la notte in veglia: ma quando le scosse sono gagliarde tutti tremano, un grido spaventevole esce della città, e tutte le voci chiamano il santo protettore e la Vergine. C’era stato il terremoto grande del 1832, e tutti ne parlavano con terrore, e mi mostravano le rovine in vari luoghi, e narravano fatti dolorosissimi. “Ah,” mi diceva uno, “se non ci fossero i terremoti ed i briganti, la Calabria sarebbe il primo paese del mondo”.

La città più calabrese delle Calabrie è Cosenza, dove predomina l’antica schiatta bruzia: Catanzaro è la più grossa, con circa ventimila abitanti, nei quali scorgi l’indole e l’ingegno greco, e li odi parlare un dialetto pieno di greche parole. Allora aveva una gran corte civile per tutte e tre le Calabrie, e come capo di provincia un intendente, una corte criminale, un tribunale civile, un comandante le armi, un vescovo, vari uffiziali di finanza, un liceo, un seminario, una scuola primaria, una tipografia, un solo libraio. Questa città come molte altre, non ha vita propria, ma da la gente che vi corre per piati e per faccende, sicché se la sede del governo provinciale fosse trasferita altrove ella resterebbe deserta. I proprietari attendono a coltivare i loro fondi con l’ignoranza e la negligenza antica, a vendere le derrate e i prodotti delle loro mandre: ma industria nessuna, delle arti le sole necessarie, ogni cosa, persino i solfini, viene da Messina e da Napoli. Vi è rimasta una memoria dell’arte di tessere la seta, introdotta nelle Calabrie nel XII secolo da re Ruggiero: pochi artigiani solitari e miseri hanno imparato quest’arte ciascuno dal padre suo, e tessono per chi fornisce loro la seta, e fanno di bei lavori. Così era Catanzaro quarant’anni fa, e da tre anni aveva la strada rotabile che la congiungeva a Tiriolo, ché prima aveva un sentiero per dirupi, dove a pena andavano i muli.

L’arte che tutti i calabresi sanno benissimo, dal più ricco all’ultimo mendico, è quella di maneggiare il fucile. Non esce di casa un possidente per andare ai suoi fondi, o in paese vicino, o per divertirsi in campagna con la moglie e i figliuoletti, senza che egli sia armato sino ai denti, e accompagnato da servi armati detti guardiani, i quali guardano il padrone, la casa, i poderi, i bestiami; ed ogni proprietario ne ha quanti ne può avere, e li arma con permesso del governo. Il popolo vive miseramente, e in un’ignoranza che fa pietà: sono rozzi e fieri, ma non sono sciocchi: pochi esercitano un’arte o un mestiere, gli altri servono, o coltivano i campi o guardano gli armenti: per miseria rubano, e per natura impetuosa trascorrono ai delitti di sangue. Chi ammazza un uomo, si nasconde; se è cercato, si getta in campagna, dove per vivere deve rubare: un fatto tira l’altro, un’offesa cagiona un’altra: se egli è veduto con altre due persone armate, le autorità lo dichiarano fuorbandito o brigante, e mettono la sua testa a prezzo. Allora quell’uomo diventa un lupo, si disfà di tutti i suoi nemici, di tutti quelli dai quali si ricorda di aver avuto un torto. I fuorbanditi si uniscono in compagnia, taglieggiano i proprietari, ricattano uomini, fanciulle, donne, e non li rimandano se non hanno danari e robe: se il proprietario non manda loro ciò che gli chiedono, gli scannano il bestiame, gli bruciano il casino, e se colgono lui lo uccidono. La maggior parte del danaro, degli ori, e degli argenti che così rapiscono la mandavano a qualche uffiziale di gendarmeria, a qualche generale ancora, e a qualche proprietario che può aiutarli, e molti piccoli proprietari sono diventati ricchi briganteggiando al coperto. Parecchi briganti raccontavano a me nell’ergastolo come e a chi davano, e come erano avvisati di ogni cosa, e trattati a dolciumi e a galanterie: e mi dicevano il quando, il dove, e certi nomi di persone che erano tenute per coppe d’oro. Uno mi diceva: “Io stava comodamente in casa del capitano, e dormivo in un buon letto, e il capitano coi suoi gendarmi andava camminando per trovarmi: io gli aveva dato duemila ducati”. Questa vecchia piaga delle Calabrie, che il governo borbonico faceva le viste di voler curare, e più l’inaspriva coi suoi gendarmi e coi suoi impiegati ladri e corrotti, non può esser risanata che a poco a poco, e dalla sola libertà che è risanatrice di tutti i mali. Quando le strade comunali, provinciali, e ferrovie metteranno i Calabresi in facili comunicazioni tra loro e con le altre genti d’Italia, allora si scioglierà quell’antica lotta chiusa in ogni paesello tra il proprietario sempre usuraio lì, e il proletario sempre debitore, si ammansirà quell’odio per oltraggi antichi che è la vera cagione del brigantaggio. Quando quelle genti avranno lavoro, istruzione e giustizia, quelle loro nature sì gagliarde nei delitti saranno gagliarde nel lavoro, nelle industrie, nelle arti, nella guerra santa e nazionale. In nessuna contrada ho veduto più ingegno che in Calabria, lì schizza proprio dalle pietre, ma raramente è congiunto a bontà, spesso è maligna astuzia.

In Catanzaro trovai poche persone colte, parecchi parlatori che parevan saputi; tutti, specialmente i nobili, cortesi e amabili: il popolo lieto, motteggiatore, vago di spassi e di feste, molti legisti e di valenti: in tutti quanti un po’ di rozzezza che non dispiace perché sotto v’è buon cuore. Le donne, tranne pochissime, non sanno leggere, ma con gli occhi dicono tutto. Dai paeselli vicini ne vengono alcune d’una mirabile bellezza di forme, e mia moglie ne lodava specialmente una che era povera fanciulla di Marcellinara, e aveva occhi, volto, persona bellissima e perfetta.

Ci sono quattro confraternite, delle quali fanno parte tutti i cittadini, che gareggiano pazzamente in feste arredi luminarie, spendendo gran danari che andrebbero meglio adoperati in opere civili. Ma che volete? I nostri padri, vivendo muti e disgregati senza libertà politica, non avevano altro legame comune che la religione, però fondarono queste confraternite dove avevano una certa libertà, e voto, e magistrati, ed uguaglianza, e potere di legge più che di uomini, e associazione di mutuo soccorso; e ragionevolmente amavano queste istituzioni onde avevano molti benefizi. E perché l’arte è un bisogno del nostro popolo, quando si celebra la festa del santo della confraternita, l’eloquenza la poesia e la musica sono adoperate nella festa. Un prete o chierico sciorina un panegirico, a cui il popolo batte le mani e grida l’evviva: sonatori vanno per tutta la città, e poi quante persone sanno accozzare versi italiani, latini, e greci ancora, e francesi s’il vous plaît ne recitano a dilungo. Come io giunsi a Catanzaro trovai grandi preparativi per la festa dell’Immacolata che si fa 1’8 dicembre; e poi che ebbi letta la mia prolusione nel liceo, fui tosto invitato a fare da presidente a l’accademia che si doveva tenere in chiesa per quella festa. Non ci fu verso a scusarmi, Peppino mio fratello mi disse che se ne sarebbero offesi, dovetti pure leggere e scrivere un discorso sguaiato, e mi sorbii sino all’ultimo tutte le poesie che si recitarono: ce ne furono bonine, e ce ne furono da far spiritare anche il diavolo che sta sotto a la Immacolata.
  
Il liceo di Catanzaro era uno dei quattro del regno, nei quali oltre l’insegnamento letterario si dava il primo grado dell’insegnamento professionale, c’erano cattedre di diritto, di medicina, di chimica, d’agricoltura, e di matematiche sublimi, e ci si aveva la licenza: per la laurea poi si doveva venire all’Università. 
Dopo il 1848 il Governo per non far raccogliere in Napoli molti giovani provinciali, messe in tutti i collegi l’insegnamento professionale, e li trasformò in licei, e li diede a governare ai padri gesuiti o agli scolopi, che mirabilmente impecorirono i giovani. Io mi messi ad insegnare con ardore e con amore a quei cari giovanetti, che essendo poco minori di me per l’età m’intendevano e mi amavano tanto. Poveri giovani! Ne ho riveduti parecchi nelle carceri e nelle galere con la catena al piede; e sono venuti a visitarmi nell’ergastolo. I frati non li fanno questi allievi.
Il rettore mi disse che gli alunni del liceo due volte l’anno solevano far un’accademia nel giorno del nome e nel giorno della nascita del Re, cioè recitare versi italiani, latini, e greci in lode di Sua maestà; e che tutti quei versi doveva farli io professore di retorica, perché gli alunni non sapevano, e gli altri professori non avevano questo debito. Mi sentii rovesciato addosso una pentola d’acqua bollente; non sapevo di aver quel dovere, e da adempierlo subito, ché tra pochi giorni sarebbe venuto il 12 gennaio 1836, in cui re Ferdinando compiva il suo ventesimo sesto anno. Mi dibattei come un cavallo selvaggio preso al laccio, e mi sentiva avvilito innanzi la mia coscienza. Non c’era che fare. Si pensò che la regina era per partorire, e che sarebbe stato meglio fare l’accademia in occasione del parto. Ella partorì il 16 gennaio, ed io mi messi a cantare; ma dopo quindici giorni venne la nuova che ella era morta, ed io dovetti cangiar tuono! 
  
La morte della regina afflisse tutto il regno: il dolore fu sincero, il lutto generale. Giovane, bella, pia, compassionevole, morire mentre era lieta d’un figliuolo, e così subito, e mentre si festeggiava il suo parto, era veramente una pietà. Si bucinò che Carlo principe di Capua avendo anch’egli la comune opinione che il re fosse impotente a generare, e vedendolo per due anni senza prole, aveva sperato di succedere al trono; ma che quando si accertò della gravidanza della regina, e poi del parto, e della prole maschile ne fu corrucciato a segno che venne a fiere parole col fratello, ed entrambi messero mano a le spade; che la regina li udì, balzò dal letto, si gettò in mezzo, li divise; e che per questa paura, essendo ancora tenera del parto, la poveretta in capo a pochi giorni si morì. Questo fatto mi fu riferito da persona che soleva spillare tutti i segreti di corte. Certo è che quel Carlo fu violento e malvagio da giovane, e fieramente si odiarono col fratello. La cagione palese di quest’odio fu che egli sposò una signora inglese, e fece al sangue dei Borboni una macchia che il re fratello non gli perdonò mai, mai non volle riconoscerne la moglie e i figliuoli, gli negò ogni avere, e lo ridusse ad andare povero e ramingo per l’Europa; ma la ragione segreta di sì pertinace odio fu quella contesa. Egli era noto per indole trista e brutte opere: di sua mano uccise un poveruomo che egli sorprese in luogo riservato alla caccia reale presso Castellammare: batteva e feriva chiunque ne provocava lo sdegno; pigliava danari in prestito e non pagava: ed un creditore che andò a domandargli il suo avere, egli lo fece sbranare mezzo dai suoi mastini, e colui indi a pochi giorni morì. Gli anni, la buona moglie, i figliuoli, il bisogno mitigarono quell’animo. Né solo costui, ma gli altri fratelli del re si macchiarono di laide colpe. Leopoldo conte di Siracusa, luogotenente in Sicilia, fu richiamato per libidini troppe anche in un principe. Poi fece lo scultore e il liberale, e molti liberali annacquati gli erano intorno, taluno per bisogno. Ma Antonio conte di Lecce superò tutti in bassezza e bestialità. Ritiratosi in un paese detto Giugliano, si accerchiò di bravi che per suo conto rapivano fanciulle e maritate, battevano e ferivano chiunque resisteva. Vestito da castaldo, andava pei mercati vicini, comperava e vendeva porci, buoi, cavalli, grano, granturco: spesso rissavasi coi villani, e dava e toccava pugna e nerbate: ingannava, frodava; truffava nei negozi, e se ne vantava come di astuzie. Colto da un marito fu precipitato da una finestra: così pesto, e marcio di libidini e di furfanterie, si morì ancora giovane. Monsignore Scotti gli recitò l’orazione funebre, nella quale non lodò nulla, e i vizi erano troppo noti e inescusabili, ma disse che era vissuto male e morto bene, ché Dio è grande e poteva averlo perdonato, e diede per certo il perdono e la salita di don Antonio in Paradiso. Gli altri fratelli Luigi e Francesco di Paola non erano venuti su, e le loro valentie le fecero di poi. Intanto la madre loro Isabella seguitava a fare figliuoli con un tedesco: lo scandalo era troppo: il re volle che ella scegliesse pure un marito, ed ella finalmente si messe in grazia di Dio e tolse a marito un bel giovane. Insomma in quel sozzo lombricaio borbonico, il solo re Ferdinando fu costumato.
Dopo cinque mesi da la morte di Cristina egli andò a Vienna e tolse a seconda moglie Maria Teresa figliuola dell’arciduca Carlo. Costei scaricò una dozzina di figliuoli; odiò cordialmente i Napoletani che parlavano sempre di Cristina, e ripeteva sempre al marito: “Casticate, Fertinante, casticate”. Egli seguì subito e bene il consiglio della nuova moglie, la quale gli stava sempre attaccata al fianco, come chiodo a la scarpa, ed egli la chiamava Centrella. 
Ma torniamo in Calabria.

XI - Il cholera 

Il cholera che aveva devastate molte contrade d’Europa, si manifestò la prima volta nel regno nell’autunno del 1836, ma nella state del 1837 menò grande strage per tutto. In Napoli morirono ventiduemila persone, come sta scritto su la porta del camposanto dove furono sepolti; in altre città infierì diversamente secondo la posizione e la temperie del luogo. Sempre e dovunque è stata una peste non conosciuta prima, il popolo che vede un subito morire e non sa come e perché, crede sempre che sia veleno, e ne accagiona i nemici, se ne ha, o quelli che egli odia. Il nostro popolo credette che fosse veleno e che il governo lo facesse spargere, mandandone le casse agl’intendenti, e questi lo dividessero tra i loro cagnotti i quali lo gittavano nella acque. Credenza sciocca, ma anche le sciocchezze hanno il loro significato in questo mondo. Il popolo credeva che il suo grande nemico era il governo, e lo stimava capace di tutto: questa era la trista verità che stava nascosta sotto tutte le voci e le sciocchezze che furono a quel tempo. Oggi dopo tante invasioni del cholera, pare che nessuno più creda che ci sia veleno; ma lo credevano tutti in Calabria ed in Sicilia, e avvennero fatti terribili. È a desiderare che non torni mai più con quella prima violenza, ché le plebi accecate dalla paura della morte farebbero cose anche peggiori. La paura sconvolge tutti i cervelli, e si fanno e si dicono cose che vanno osservate dai savi come più strane degli stessi fenomeni della peste.
  
In Catanzaro, sedente sovra un monte e spazzato da tutti i venti, non ci fu cholera, ma ci fu paura grande e sgomento per le novelle che venivano da ogni luogo, dai paesi della provincia, da Cosenza, da Napoli. Tutti i cittadini si armarono, si messero a guardia alle porte della città, e a drappelli girando pel contado. Ognuno fece sue provvigioni di cibo, e di quelle si nutriva parcamente: se aveva in casa pozzo o cisterna, la chiudeva, e la guardava dì e notte: le fontane pubbliche e le sorgenti erano guardate da due sentinelle ciascuna: camminando per le vie si squadravano biechi l’un l’altro, e se v’era persona sospetta ne seguivano le pedate, gli guardavano le mani, spiavano se portasse cosa sotto i panni.
  
Trovandomi inerme in mezzo a tanti che volevano fare a schioppettate col cholera, io mi provai una volta a dire: “Amici miei, smettete quest’idea di veleno, ché nessun governo per tristo che sia ha mai avvelenato i popoli. Ella è peste, è malattia: guardate il cielo come è brutto, e osservate che tutti abbiamo un malessere. C’è qualcosa nell’aria che cagiona questo, e l’aria non si può avvelenare. Quando ci fu la peste in Atene, che era assediata dai Peloponnesi, il popolo, dice Tucidide, credette che i Peloponnesi avevano avvelenato i pozzi. Sempre così, l’è un vecchio errore di popoli. Ricordatevi la peste di Milano descritta dal Manzoni; anche lì credevano veleno sparso su le mura dagli untori, e condannarono a morte alcuni disgraziati. Bisogna tenersi lungi dagli appestati, bisogna guardarsi, va bene, ma non temere per le acque”. Mi risposero inviperiti che io stessi pure con Tucidide e con Manzoni, e essi si stavano con la loro opinione. Erano uomini di senno, e parlavano come matti: avevano le facce trasformate, gli occhi spalancati. “Ho visto io morire un cane dieci minuti dopo che una donna gli ha gittato un pezzo di pane.” “E la donna?” “Era già scomparsa.” “Ecco qui una lettera da Cosenza: ‘Amico carissimo, guardatevi perché i nostri nemici ci vogliono attossicare come topi. Moriamo almeno con le armi in mano’. E chi mi scrive non è uno sciocco.” “Ho parlato con un proprietario il quale co’ suoi guardiani è andato in campagna, ed ha veduto un uomo vestito come un calderaio che beveva ad una fontana: egli ha sospettato, ha detto: ‘fermo là’, e quegli è fuggito come una lepre. Hanno guardato l’acqua e v’era una materia bianca gettatavi da colui.” “Sciocco! Quando lo vedi fuggire, tiragli una fucilata, e fallo cadere. Se m’accade a me, io gli tiro al volo.” “Per amor di Dio, no; voi uccidereste uno che ha più paura di voi.” Taluni che passavano per uomini di garbo ed a modo, dicevano: “Bisogna guardarsi, perché forse la peste c’è, ma c’è anche veleno, e in questi tempo sogliono più facilmente esservi avvelenamenti per vendette private, e non si scoprono.” Più difficilmente, amico mio, perché quando tutti corrono un gran pericolo ognuno pensa a salvare sé, e non insidiare altri.” Era fiato perduto: credevano che era veleno, e se dicevi no, ti credevano avvelenatore, e guai. Qualche uomo ragionevole c’era, ma in mezzo a tanti che erano agitati da una strana paura, stimava meglio tacere, anche per non dare sospetti. E così mi tacqui anch’io, e gli lasciai dire.
  
Intanto in molte parti la paura diventò furore. In Siracusa, in Catania, in Cosenza, in Civita di Penne furono moti simultanei. Feroce in Siracusa dove il popolo venuto in un pazzo furore uccise tutta la famiglia di un giocoliere di cavalli credendo portasse veleno, uccise l’intendente che tentava d’impedire quell’eccidio, e dichiarò decaduto dal trono un re che avvelenava i suoi popoli: in Catania non fu versato sangue, ma rovesciato il governo. A sedare questo moto di Sicilia andò il ministro Del Carretto, il quale creò le solite commissioni militari, e queste si messero all’opera del condannare, e fecero fucilare oltre dugento siciliani. Intanto egli per rallegrar gli animi dava feste di ballo, e mostrava ilarità: e questo ad alcuni parve spettacolo più crudele del cholera e delle fucilazioni. La Sicilia rimase atterrita: Siracusa per pena della ribellione fu privata dell’intendenza, che passò a Noto: e così l’antica regina della Sicilia fu ridotta a città capoluogo di distretto.
  
In Cosenza fu solamente un tentativo. Nei paeselli circonvicini si unirono parecchi armati che dovevano entrare nella città, dove avevano accordo coi prigionieri i quali ad ora stabilita dovevano sforzare il carcere ed uscire: ma gli armati non convennero tutti, ed i prigionieri impazienti romoreggiarono innanzi tempo: onde l’onesta cittadinanza accorse ed impedì si scatenassero seicento malfattori. Subito fu spedito al castigo Giuseppe de Liguoro, che allora era intendente di Catanzaro, e fu creato commessario delle tre Calabrie con poteri pienissimi. Costui che era colonnello di gendarmeria, braccio del Del Carretto, ed era stato principale operatore della distruzione di Bosco nel 1828, corse tosto a Cosenza; e tra prigionieri ed altri che gli vennero a mano, scelse sette, li fé condannare dalla Commissione militare e subito fucilare come avvelenatori e spargitori di voci contro il governo. Così proprio diceva la condanna: si poteva dunque non credere al veleno? A molti altri fulminò pene di galera, di carcere, di esilio, e così acchetò ogni moto.
  
In Abruzzo erano le voci stesse, e sdegni, ed accordi, e la città di Penne più ardita e pronta. 
Il barone Sigismondo de Sanctis, ricevitore distrettuale, diede avviso ai congiurati che il governo conosceva ogni cosa e stava per arrestarli, onde essi vennero subito ad un fatto, disarmarono i gendarmi, gridarono costituzione, dichiararono Ferdinando decaduto dal trono, e da eleggere altro re, o Carlo principe di Capua, o Luciano Murat, o non so qual principe di Germania. La gente dei paesi vicini si armò, aspettò, dubitò tanto che quei di Penne vedendosi soli, e conosciuta la gravezza del fatto, impauriti fuggirono via, e quella gente armata venne allora a Penne per rimettere il governo. Ci venne ancora il comandante della provincia, un antico brigante a nome Gennaro Tanfano, il quale si diede un gran da fare, incarcerò quelli che non avevano fatto nulla e non erano fuggiti, ordinò una commissione militare. Il generale Lucchesi Palli spedito dal Re, quando vide che la commissione condannava a morte nove poveri artigiani e contadini, mentre i capi erano fuori, due volte per telegrafo segnalò la brutta condanna sperando grazia: non gli fu risposto, e quei nove morirono. Il Tanfano intanto taglieggiava i cittadini, e richiese al De Sanctis trecento ducati dalla cassa distrettuale: questi non intese che doveva darli del suo, e rispose che non poteva dargli danaro pubblico. “Ecco uno dei capi” , gridò il Tanfano, e lo fece arrestare e giudicare. Il De Sanctis per salvare la vita pagò dodicimila ducati ai suoi giudici, e fu dannato all’ergastolo perché capo, e la commissione lo dichiarò capo perché aveva avuto tanto potere sul popolo da fargli deporre le armi al giungere dei soldati. Questa condanna fece scandalo, e il De Sanctis che aveva amici potenti, domandò si rivedesse il suo processo, e la consulta di stato opinò si dovesse rivedere: ma il Delcarretto disse al re che non si governa con gli avvocati, che se si stabiliva il principio di potersi rivedere le sentenze delle commissioni militari non ne rimaneva una. Fu stimato meglio non toccare il processo, e fare grazia al De Sanctis, che uscì dall’ergastolo.
  
Così Delcarretto, De Liguoro, Tanfano ed il cholera straziavano il regno nel 1837. Il cholera passò; quei rimasero per altri anni.
Fra tante dolorose novelle di mali pubblici, e di parenti e di amici tolti dalla peste, me ne venne una dolorosissima, che Giacomo Leopardi era morto in Napoli, non di cholera ma di quel fiero morbo che gli fece troppo amara ed angosciosa la vita. Alcuni anni dopo andai a visitare la tomba nel villaggio di Fuorigrotta, accanto la porta della chiesetta di San Vitale. Il suo amico Antonio Ranieri, nella cui casa egli stette e morì, mi raccontava quanto egli ebbe a penare per trovare quel luogo dove riporre le reliquie di tanto uomo, per non farlo andare confuso tra tanti che in quei giorni morivano ed erano insaccati nel camposanto. Nessun prete voleva riceverlo in chiesa. Il Ranieri parlò a parecchi parrochi, e tutti no: gli fu indicato quello di San Vitale come uomo di manica larga e ghiotto di pesci. Ei tosto corse a la Pietra del pesce, comperò triglie e calamai, e ne mandò un bel regalo al parroco, il quale si lasciò persuadere, e fece allogare il cadavere nel muro esteriore accanto la porta della chiesa. Così per pochi pesci Giacomo Leopardi ebbe sepoltura. Queste cose me le diceva il Ranieri, ed è bene che il mondo le sappia queste cose.
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